Un nome di donna

scritto da Supersoul
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Testo: Un nome di donna
di Supersoul


Un fascio di luce gialla, obliquo, tagliò a metà il turbinio nero della tormenta, e di colpo da una nuvola più chiara sbucarono lucidi musi di cavallo. Gilberto sprofondò nella neve sotto l'urto della massa spaventosa del corpo di uno di essi. Il suo commilitone e compaesano Orlandi, la seconda sentinella, gli appariva non troppo lontano, mentre la terza sentinella, Montani, era scomparsa. Sentì, come in un sogno, la voce di Orlandi che intimava l'altolà alla Prima Divisione di cavalleria dell'Armata Rossa. Poi più nulla.
“Dove mi trovo?” biascicò Gilberto, appena riaprì gli occhi.
“In un ospedale militare italiano” gli rispose un'infermiera in piedi accanto alla sua branda.
“Chi mi ha portato qui?”
“Un camion della Croce Rossa.”
“No, non è possibile...“
“Non è importante. Adesso deve solo pensare a guarire. A differenza di tanti altri, lei può sperare di uscire da qui sulle sue gambe.”
“Quanti morti ci sono stati?”
“Non li abbiamo ancora contati...”
A Gilberto balenarono in mente le facce, le voci, gli occhi dei suoi commilitoni. La loro gioventù. E pianse come un bambino.
L'infermiera lo lasciò solo con il suo dolore. Ma nella mente di Gilberto non c'era solo quello. Ricordava anche qualcosa di bello: la donna che lo aveva salvato; il suo profumo di lavanda, i suoi capelli che gli sfiorano la fronte e il suo nome pronunciato in modo lieve: Anna. Ma per quanto si sforzasse non riusciva a darle un volto.
Con il passare dei giorni cresceva in lui il dubbio di averla solo sognata. Nessuno della squadra di soccorso ricordava una donna, nessuno ricordava con esattezza dove lo avevano raccolto.
Sei mesi dopo, all'inizio dell'estate del '43, Gilberto tornò a Terni.
La sua città non era cambiata molto. La guerra l'aveva miracolosamente risparmiata, e questo lo rallegrò. Tre anni al fronte lo avevano persuaso che il mondo intero stesse vivendo il suo stesso inferno e che niente sarebbe più stato come prima. Lui era tornato, ma sapeva di essere uno dei pochi che ce l'avevano fatta, e che la guerra non era ancora finita.
Ritrovò la sua famiglia e la sua casa intatte. La gioia sembrava tornata nella sua vita come per incanto. Ma durò solo pochi giorni.
La mattina dell'11 agosto, intorno alle dieci, Gilberto stava tornando a casa dal mercato dove aveva ritirato la spesa ordinata da sua madre. Era in bicicletta e sul portapacchi trasportava venti chili di patate. La sirena dell'allarme antiaereo lo fece sobbalzare sul sellino. Accelerò la pedalata dirigendosi verso il rifugio più vicino. Poi ci ripensò e tornò indietro, verso casa.
La prima bomba cadde duecento metri davanti a lui, con un boato assordante. Sentì l'asfalto deformarsi sotto le ruote, perse il controllo della bicicletta e rotolò a terra.
Si rialzò in un silenzio irreale. A pochi metri da lui, un uomo era steso a terra, sanguinante, ma si muoveva ancora. Sembrava che lo chiamasse, che gli chiedesse di avvicinarsi. Gilberto vedeva la sua bocca muoversi ma non sentiva le sue parole. D'istinto, gli si avvicinò ma seguitava a non sentirlo. Prese l'uomo sotto le ascelle e lo trascinò fin dentro l'atrio di un palazzo che non era crollato. Lo appoggiò seduto contro il muro. Aveva le gambe maciullate.
Gilberto sentì salire la disperazione: non ne poteva più di vedere scene del genere, non ne poteva più di quello strazio. Credeva di esserne uscito, e invece era ripiombato nell'incubo che non lo lasciava andare da tre anni. Sentiva che non ce l'avrebbe mai fatta a ricominciare da capo, a lottare di nuovo con la morte ogni giorno.
“Mi devi fare un piacere” mormorò l'uomo.
Gilberto aveva finalmente riacquistato l'udito.
“Se posso, volentieri.”
“Devi andare alle Poste... ci troverai mia moglie seduta sulle scalette... porta un vestito celeste e una borsa... marrone, ha i capelli neri, lunghi... la devi portare in salvo... te l'affido...”
“Come si chiama?”
La domanda di Gilberto non ricevette risposta. Lo sconosciuto che gli aveva appena affidato la moglie era morto. Gli chiuse gli occhi e gli fece una carezza, prima di correre verso le Poste con l'ansia che gli cresceva dentro a ogni passo.
Attraversando la città, si rese conto dell'enormità della tragedia. Ovunque guardasse scopriva solo distruzione e morte.
Abitazioni sventrate che mostravano angoli di vita interrotti, stanze spaccate a metà con i mobili in bilico sul vuoto, camere da letto con i letti rifatti, tavole ancora apparecchiate, quadri storti alle pareti.
Travi di ferro contorte e muri interi crollati ingombravano le strade... e morti morti dappertutto, in tutte le posizioni, uomini e donne schiacciati dalle macerie o dilaniati dalle schegge... e tanti, troppi bambini.
Ma lui aveva una promessa da rispettare. Non poteva arrendersi all'orrore.
Il palazzo delle Poste, per fortuna, era ancora in piedi.
Seduta sulle scalette, una donna vestita di celeste scrutava la piazza in ogni direzione.
Gilberto le si avvicinò anche se non vedeva nessuna borsa marrone.
“Suo marito mi ha chiesto di portarla in salvo, signora” le disse con la voce che gli tremava.
“Mio marito? Dove?” gli rispose la donna, stupefatta.
“Non possiamo cercarlo, adesso. Dobbiamo metterci in salvo...”
“Ma mio marito è morto l'anno scorso, a dicembre!”
“L'anno scorso?”
“Sì, almeno da quello che mi ha scritto il Ministero... sul fronte orientale... da eroe.”
Gilberto era confuso, ma il “fronte orientale” gli fece scattare l'automatismo del reduce:
“C'ero anch'io. Come si chiamava?”
“Giuseppe Orlandi.”
Per Gilberto fu come essere colpito da un fulmine.
“Non è possibile! Eravamo insieme quella notte, quando siamo stati travolti dalla cavalleria russa. Eravamo di guardia... mi è dispiaciuto tanto, povero Peppe, era così simpatico, sempre di buon umore... Le mie più sentite condoglianze, signora...”
“Laura, mi chiamo Laura.”
“Io sono Gilberto.”
“Sto aspettando mia madre, sono preoccupata. Con tutto quello che è successo, non so più che pensare...”
L'ansia che li abitava velava appena lo splendore dei suoi occhi.
La bambina di tre chili che nacque nove mesi dopo il loro incredibile incontro venne registrata all'anagrafe con il nome di Anna.

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